Padri e madri ma non più coniugi : che fare?

Photo : Il mio diritto

Spesso si tende a considerare la separazione e il successivo divorzio come conclusione negativa di una relazione, ma la separazione è l’inizio di un nuovo processo evolutivo che si configura diversamente secondo il momento del ciclo di vita familiare e personale in cui avviene, comportando percorsi organizzativi articolati in rapporto alla storia dei coniugi, alle loro risorse, all’età dei propri figli e al loro status economico. Il percorso di elaborazione del lutto ha bisogno di tempo e non sempre coincide con la separazione legale. Può accadere che, in caso di separazione conflittuale, i sentimenti di collera permangano anche per anni dall’avvenuta separazione e che gli ex coniugi si trovino in conflitti interminabili con tragici risultati per i figli. Per poter portare in salvo qualcosa è necessario che ciascuno dei due partner rispetti il processo di elaborazione dell’altro invece di concentrarsi nel negare la separazione e nutrire vendetta.

Sta di fatto che la separazione coniugale legittimata o no provoca la dicotomia tra coppia coniugale e genitoriale.

La separazione come afferma Cigoli, “è un’impresa di coppia, come insieme ci si lega, insieme ci si separa” E’in questo contesto che la coppia deve rielaborare una nuova dimensione del “Noi” ovvero riconoscere l’altro come genitore separato. La presenza dei figli è il motivo che richiama i partners a rendersi consapevoli e considerare l’altro come persona e come genitore, a tenere vivo l’aspetto etico della relazione per il semplice fatto che dai figli non si divorzia; ma nel momento così doloroso dell’evento i protagonisti troppo coinvolti dalle proprie sofferenze e tesi a rimarginare le ferite non riescono a cogliere i bisogni dei figli.

A questi è dovuta la loro presenza e disponibilità, la verità sull’accaduto, l’educazione alla libertà, l’aiuto a soffocare l’auto-accusa con cui cercano di rispondere alla separazione dei genitori e dargli una giusta collocazione, la non alienazione dell’altro genitore, la coerenza educativa che li aiuti ad uscire fortificati e più maturi dal dramma della separazione.

In linea teorica tutto questo è perfettamente logico e lineare.

La giurisprudenza -con la legge 54/2006- ha introdotto il concetto di “bigenitorialità”

Inteso come diritto del minore a continuare ad avere rapporti stabili e significativi con entrambi i genitori anche dopo la separazione, ma la mia lunga esperienza professionale di lavoro con le coppie mi porta ad asserire che non è così.

Il disinvestimento emotivo della fase di identità inconscia tipica dell’innamoramento, in cui si è “una cosa sola” non è direttamente proporzionale alla separazione coniugale che riporta alla condizione della “metà perduta”..

L’opportunità della mediazione, procedimento in grado di aiutare la coppia ad affrontare questa transizione promuovendo la cooperazione nell’interesse dei figli, rappresenta una risorsa da utilizzare, per ridefinire la dimensione del “noi”, riconoscendosi genitori.

Per i figli è la garanzia al loro sacrosanto diritto di “ essere tali”.

La funzione pedagogica della mediazione consiste nel percorso da svolgere con tutta la famiglia: essere padre e madre significa “sentire” il proprio figlio come parte di sé e questo porta a una relazione fatta di comunicazioni verbali e non verbali: gesti, sguardi, carezze, momenti di intimità e di grande empatia.

Essere padre e madre è una condizione biologica che determina diritti/doveri, è un riconoscimento da parte nostra di funzioni e responsabilità; sentirsi padre e madre è una condizione esistenziale, è la percezione emotiva della paternità e della maternità. Si tratta di una sorta di passaggio dall’essere al sentirsi, ovvero da un evento all’interiorizzazione dell’esperienza della paternità e maternità che recupera tutta la gamma delle emozioni che vi sono connesse e la capacità di costruire un’immagine di sé accanto al proprio bambino.

In quest’ottica il mediatore non ha come obiettivo primario la formulazione di un accordo ma quello della rinegoziazione della dimensione del “noi” ridefinendo le due individualità nel riconoscersi padre e madre.

In questo spazio ridefinito l’elemento di condivisione è la realtà dei figli che rappresenta il collante contradditorio della coppia separata.
La necessità di traghettare dalla sponda coniugale a quella genitoriale porta in salvo l’esigenza di costruire un ponte comunicativo e conservarlo nel tempo per poter essere presenti nella vita del figlio a condividere la straordinaria e faticosa esperienza della genitorialità.

Zaira Galli
Zaira Galli

Laureata in pedagogia con indirizzo psicologico. Esperta in problemi psicoeducativi legati a separazione e divorzio e in sostegno alla genitorialità. Mediatrice familiare qualificata e docente di mediazione familiare. Socio dell’Associazione Italiana Mediatori Familiari A.I.Me.F e Vicepresidente fino al 2008. Attualmente membro della Commissione Accreditamento corsi di formazione in mediazione familiare – CAF e della Commissione esami nazionali per gli aspiranti soci. Supervisore professionale A.I.Me.F. Vice-consigliere regionale della Lombardia.

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